Il Mondo di Cristina

Pubblicato il marzo 22nd, 2013 | di Il Mondo Di Cristina

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La diffusione dell’ arte nel mondo

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La nostra Associazione nasce dall’esigenza di diffondere tra i bambini l’arte nella sua completezza, nel ricordo di colei che dall’arte ha tratto forza.

L’incontro con le “Nuove Tribù  Zulu”, gruppo musicale romano, ci ha indicato con la sua visione del mondo, la strada giusta da perseguire.

Chi sono le “Nuove Tribù Zulu” ?

“La nostra storia inizia all’inizio degli anni novanta nelle piazze e nei vicoli di Roma. La scelta fu quella di andare a suonare sul teatro della strada per cercare amore, gioia, libertà, poesia e soprattutto verità. Così nacquero le Nuove Tribù Zulu, con i primi concerti tra Campo de Fiori e Piazza Navona con chitarre, fiati, contrabbasso, percussioni e voci urlate.
Nel nostro stile confluiscono rock, folk, gipsy, punk, ska, classica, polke e tarante. Ascoltiamo musica a 360°. La parola africana Zulu significa letteralmente “Gente del Cielo”. Siamo partiti con questo nome guerriero con la voglia di cercare, comunicare, sognare e soprattutto trasformare qualcosa dentro di noi attraverso la grande energia della musica. La musica è vibrazione, incontro con gli altri, scambio, possibilità di crescita, evoluzione. La musica abbatte i muri creati dalle religioni, dalle ideologie, dalle differenze etniche: la razza è una l’Umanità! Per questo continuiamo a suonare insieme musica sempre in viaggio e ci lasciamo contaminare dai suoni che si librano nell’aria. Movimento è vita, ricchezza, conoscenza.
Nel corso degli anni abbiamo suonato ovunque: dalle centinaia di concerti fatti tra strade, metropolitane e locali all’esperienza teatrale del Frankestein Musical con Tullio Solenghi e musiche scritte da Daniele Silvestri per poi passare per la televisione con il programma GNU di RaiTre. Ci siamo esibiti nei teatri e sui palchi di festival prestigiosi in Italia – Festa del Cinema di Roma, Festa della Musica a Milano, Extrafestival a Torino, Asti Musica, Roma Incontra il Mondo e all’estero durante il 5th World Summit Media & Children a Johannesburg, e in India al Dilli Haat di Nuova Dehli.
NTZ hanno realizzato le sigle televisive dei programmi Screensaver (edizione 2002) e GT Ragazzi (edizione 2007) nonché musiche per cartoni animati e documentari”

A SONG FOR PEACE è il primo progetto del gruppo all’estero.

A SONG FOR PEACE

un progetto di Laura Di Nitto e Nuove Tribù Zulu

A SONG FOR PEACE è un laboratorio di musica e di media education per l’ideale dell’unità umana.

E’ indirizzato a ragazzi, bambini, educatori e insegnanti in cerca di nuovi modi e linguaggi per tentare di raggiungere l’obiettivo più alto per l’Umanità: creare un mondo di pace, giustizia, rispetto ed uguaglianza.

Questo progetto è stato realizzato anche in Sudafrica a Johannesburg grazie al supporto dalla FNSI Federazione Nazionale della Stampa Italiana in occasione del quinto Summit Mondiale su Bambini e Media 2007 e a Nuova Delhi per il Chinh India Forum 2007.

Musica e Poesia come costruttori di Pace: noi siamo la stessa differenza

di Andrea Camerini
“People came from all lands

it was the first day of peace”

(Mazisi Kunene)

“In anni in cui la vasta e superficiale diffusione di informazioni e contenuti attraverso i media sfocia paradossalmente in una visione comunque parziale del mondo circostante, la musica e il mistero del suono restano campi di ricerca ancora poco approfonditi e forse sottovalutati. Eppure il suono permea l’intero universo, la nostra vita di tutti i giorni, i molteplici linguaggi mediatici e artistici, è onnipresente nelle attività consce e inconsce dell’esperienza individuale e collettiva.

La mia ricerca di musicista parte proprio da questo presupposto: noi siamo suono, in quanto prodotto della manifestazione vibrazionale e fisica che ci circonda. E’ per questa ragione che credo sia proprio la musica in grado di sostenere un ruolo fondamentale nei processi di socializzazione e nelle possibilità di evoluzione della comunicazione interpersonale.

Anche quando strumentalizzata e semplicemente consumata la musica riesce a toccare qualcosa di profondo nella sfera emotiva degli individui, qualcosa che a mio parere appartiene a un “luogo del ricordo” ancestrale e genetico, un punto focale dove tutto il nostro essere animico, psichico e fisico entra in contatto con il suono producendo emozioni e sensazioni tra loro diverse. In questo senso il linguaggio della musica è universale non conoscendo barriere e divisioni culturali, lingue, religioni né razze.

Il lavoro che ho portato avanti dall’inizio degli anni novanta ad oggi con il mio gruppo Nuove Tribu’ Zulu, ci ha sempre spinti “sulla strada”, in cerca dell’esperienza diretta sul campo. Dai concerti buskers degli inizi a quelli nei campi Rom, fino alle comunità di recupero per tossicodipendenti e alle carceri. La musica quindi come risposta creativa e costruttiva, come urgenza sociale, ma prima ancora come mezzo di conoscenza di se stessi e dell’altro nella sua funzione rituale e sacrale – che forse lo show business ha contribuito a sminuire in favore di un risultato solo economico cambiando e stravolgendo parole e significati: Produttività vs Creatività, Mercato vs Incontro con l’altro, Industria vs Arte. Probabilmente in questo senso anche l’artista ha delle responsabilità, in quanto dovrebbe recuperare le sue piene funzioni di medium e interprete della realtà nella verità dell’essenza artistica che rappresenta. Credo comunque che il significato originario e la potenzialità comunicativa della musica debbano essere cercati alla fonte, nei luoghi e nelle situazioni che favoriscono un approfondimento sottile delle relazioni umane.

Da qualche tempo sto lavorando nelle scuole con i ragazzi ad un progetto che si chiama “Una canzone per la pace – A song for peace”* e nel marzo 2007 in collaborazione con la FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) con le Nuove Tribù Zulu abbiamo partecipato al 5th World Summit on Children & Media, a Johannesburg in Sudafrica. Il nostro workshop si e’ svolto all’Afrika Cultural Center diretto da Benji Francis, regista teatrale impegnato nella difesa dei diritti umani e primo a portare in scena in Sudafrica uno spettacolo di una compagnia mista formata da bianchi, neri e coloured. Qui ci siamo messi in gioco nel vero senso della parola con 30 ragazzini provenienti da Cosmocity, una township degradata nei sobborghi di Johannesburg. I testi scritti, le emozioni e il rapporto che si è creato con i ragazzi sono aspetti di questa esperienza che meritano veramente di essere approfonditi.

Quando siamo arrivati all’ACC la mattina, i bambini erano schierati in piedi in cerchio nel centro del cortile. Subito la prima grande prova: ogni insegnante doveva andare nel mezzo di quel cerchio, presentare se stesso e il suo laboratorio e invitare in maniera convincente chi volesse seguirlo nell’avventura. E’ stato sorprendente vedere che di quei circa sessanta bambini la metà abbiano scelto di partecipare al nostro workshop, soltanto allettati da questa parola magica: musica. E allora che musica sia!

Così abbiamo iniziato il lavoro con questi ragazzi tra i 5 e i 16 anni. Il fatto che fossero di età così diverse inizialmente ci aveva preoccupato non poco. In Italia avrebbe significato dispersione e difficoltà di creare un tessuto coeso sia dell’esperienza sia del prodotto finale, in un ambito in cui spesso scuola e media contribuiscono a creare vere e proprie settorializzazioni della comunicazione tra diverse generazioni.

In questi due giorni trascorsi all’Afrika Cultural Center abbiamo avuto la prova tangibile che invece tutto è possibile. Con questo straordinario gruppo dove era evidente un’attenzione e un senso dell’ascolto reciproco, dovuto probabilmente anche alla tradizione africana dello storytelling, abbiamo condotto il nostro programma nella gioia della rappresentazione, tenendo conto che questi bambini venivano tutti da situazioni familiari difficili. Ed è proprio questo senso di libertà espressiva e allegria contagiosa che è prevalso per tutta la durata dell’esperienza, non perdendo di vista chiaramente i contenuti significativi che a mano a mano emergevano durante il percorso creativo. Abbiamo lavorato sul suono della voce, della parola e del corpo, su improvvisazioni musicali blues, gospel, rock e hip hop, sulla poesia “The first day after the war” di Mazisi Kunene – poeta zulu scomparso recentemente, fino ad arrivare a scrivere ognuno il proprio testo sulla pace per un realizzabile ideale dell’unità umana. Da questo fiume inarrestabile di poesie prodotte abbiamo estrapolato e valutato insieme le frasi e i concetti più idonei per comporre la nostra canzone: “One Love One Heart”.

Dai bambini di questo paese che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza assurda e brutale dell’apartheid, sono arrivati testi incredibilmente toccanti dove una parola come freedom assume tutta la forza e la carica emotiva di una lotta realmente vissuta sofferta e tramandata.

Ci ha colpito come, durante le pause ricreative del workshop, tutti continuassero a ballare e a cantare mettendo nel nostro lettore cd brani africani moderni, dove una carica vitale inarrestabile riesce evidentemente a sublimare gli aspetti più terribili della vita vissuta nel quotidiano. Come se attraverso la forza della musica e del canto, si riuscisse a superare e a sopportare la contingenza del momento storico dell’individuo o del gruppo. Basti pensare ai canti degli schiavi d’America nei campi di cotone che hanno dato vita al blues. Questo chiaramente avvalora il fatto che la musica possiede in sé un’intensità che nell’immediato genera incontro, calore, scambio, socializzazione.

Nel percorso intrapreso abbiamo dovuto conquistarci la loro fiducia nelle poche ore trascorse insieme tra il divertimento e la forza dell’evento, fino al culmine eclatante della performance realizzata la sera del secondo giorno del workshop alla cena dell’Opening Gala del World Summit nel teatro del Sandton Center, davanti a duemila persone. Alla fine dell’esibizione, avvenuta dopo la famosa cantante sudafricana Yvonne Chaka Chaka, eravamo ancora tutti insieme nel backstage a cantare e ricantare la “nostra canzone” in preda a un’energia carica di adrenalina che a tratti ha sfiorato la commozione. In soli due giorni eravamo già un gruppo unito attraverso il potere della musica. Il concerto ha sicuramente contribuito a saldare l’entusiasmo del nostro rapporto nella sua modalità e irripetibilità, ma ha rappresentato solo un momento dell’esperienza totale il cui obiettivo era arrivare a capire che il suono ha la capacità di cambiare l’atmosfera e di intaccare i codici emotivi, relazionali e culturali di ogni componente del gruppo di lavoro, tra conduttori e partecipanti.

La fine di un esperienza simile non è che un grande inizio: ci vogliono gradualità e continuità, e la musica può avere una funzione determinante nella costruzione della coscienza degli individui e nella creazione dell’incontro e dello scambio tra culture diverse.

Per concludere con le parole di Tatu (15 anni), che ha scritto una poesia quando gli abbiamo chiesto di darci un’impressione su quei giorni di workshop: Noi siamo la stessa differenza.”

ANDREA CAMERINI

http://youtu.be/QoqMPYXWq3Y


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Informazioni Autore

Il Mondo Di Cristina

L’Associazione culturale no profit “Il Mondo Di Cristina”, fondata da  Ravarotto  Federica, Ravarotto Loredana e Debora Fasan, nasce dall’esigenza di trasmettere l’arte, in ogni sua forma, ai bambini. Attualmente vengono proposte attività di vario genere : dal “truccabimbi” all’intrattenimento ludico tramite baby-dance, giochi e palloncini, ai vari servizi fotografici. Cristina, da cui l’Associazione ha preso il nome, è un’amica comune, purtroppo mancata, che racchiudeva in sé l’arte nella sua completezza.



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